Bruno TAUT, Wohnstadt Carl Legien, Berlin-Prenzlauer Berg, 1928-1930





È un fondamentale documento della politica residenziale della Repubblica di Weimar in quanto, per la prima volta, un complesso residenziale popolare è posto all’interno della prima periferia urbana della città, su un’area dove in precedenza si trovavano molte Mietskasernen. A causa dell’alto costo dei terreni, la GEHAG richiese una densità edilizia maggiore rispetto alle contemporanee Siedlungen periferiche. Per questo motivo furono realizzati edifici da quattro-cinque piani e corti aperte. L’intera Wohnstadt avrebbe dovuto occupare l’enorme area rettangolare delimitata da Sültstraße/Ostseestraße/Gubitzstraße/Küselstraße; dell’intero intervento ne vennero realizzati solo due/terzi; il resto fu abbandonato a causa della crisi economica del 1929. La composizione si ispira al Quartiere residenziale Tusschendijken, realizzato da Oud (Rotterdam, 1921-23), col quale Taut ebbe contatti personali. La parte realizzata è composta da tre lunghi lotti paralleli contenenti unità edilizie a U con grandi spazi liberi interni che si affacciano sull’ampia Erich-Weinert-Straße, concepita come arteria centrale della Wohnstadt. Taut aveva previsto di creare, tra le teste dei fabbricati, una "strada di negozi" per l’intera lunghezza dell'asse centrale in modo da creare un’atmosfera appunto da "città residenziale". In fase realizzati, però, solo il cortile del lungo blocco tra la Gubitzstraße e la Sodtkestraße fu chiuso con una costruzione bassa di negozi (panetteria, pasticceria, caffè e ristorante). Tutte le corti sono attrezzate a verde; essendo i blocchi lontani dalla strada, il verde delle corti-giardino si fonde col verde pubblico lungo l'asse viario principale, lo attraversa e continua senza interruzioni nelle corti opposte. Sulla Erich-Weinert-Straße gli edifici terminano con un piano in più rispetto al resto del corpo di fabbrica; questa struttura, con i balconi arrotondati fortemente sporgenti, percettivamente "allarga" la corte e convoglia lo sguardo verso il fondo. Mentre le facciate che danno sulle strade hanno caratteri dimessi, quelle sul cortile sono caratterizzate da grande vivacità e plasticità. In quasi tutte le ali maggiori i loggiati corrono in orizzontale su tutti i piani, suddividendo le facciate in fasce orizzontali rientranti. In altre, invece, i balconi sporgono rispetto alla facciata accentuandone la tridimensionalità. Ne nasce un’alternanza ritmica che ravviva il fronte e rende i cortili particolarmente attraenti. Tutto ciò conferma il fatto che nella nuova cultura residenziale il cortile è luogo della socializzazione. Mentre nella contemporanea città "borghese" le strade erano ampie e i cortili degradati e bui, qui le strade interne sono strette e povere dal punto di vista architettonico, mentre i cortili sono spaziosi, colorati e aperti. A proposito del colore, l’architetto affermò che esso "è gioia di vivere … al posto di un edificio grigio sporco subentri finalmente un edificio blu, rosso, giallo, nero, bianco in tonalità sempre luminose". Mentre le facciate sulle vie sono colorate in modo uniforme di ocra chiaro, con i telai delle finestre, le porte, e i vani scala rossi, blu e gialli, le parti interne hanno le pareti, i loggiati e la fascia continua del sottotetto rosso scuro, blu o verde scuro, conferendo all'insieme un aspetto piacevole. L’intera complesso contiene 1.149 alloggi, i cui tagli spaziano da 1,5 a 3,5 stanze. Sono luminosi e dotati di un balcone o di un loggiato; il soggiorno e la cucina si affacciano verso il cortile capovolgendo completamente la concezione secondo cui le stanze migliori dovevano dare sulla strada e il resto sul cortile. Dopo un periodo di degrado successivo alla II Guerra mondiale (durante la quale fu parzialmente danneggiata), la Wohnstadt fu restaurata una prima volta dal governo della DDR. Dal 1977 è sotto la protezione dei beni artistici e culturali di Berlino. Negli anni 2000-04 sono stati effettuati nuovi lavori di ristrutturazione e ammodernamento. Dal 2008 è entrata nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO. (testo e immagini di Pierluigi ARSUFFI, tutti i diritti riservati)